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Il terzo settore non può ridursi a diventare una tecnica d’impresa, una forma legislativa più o meno fiscalmente conveniente, un ibrido che gode dei vantaggi di breve periodo e durata, legati alle finalità etiche o al rispetto di standard e performance etichettate come ‘buone’

L’altro giorno guardavo una vecchia puntata di ‘The Newsroom’. Il conduttore Will McAvoy (Jeff Daniels) intervistava un’attivista del movimento ‘Occupy Wall Street’ che, nella fiction, era ai suoi albori. Con fare tra lo snob e il paternalistico, il vecchio conduttore scafato incalzava la giovane attivista, sempre più in difficoltà, proponendo continuamente obiezioni che potevano essere condensate in due semplici considerazioni: come potevano pensare di aver successo senza un leader e senza una prospettiva politica che traducesse in legge, e quindi in consenso, e quindi in politica, le idee e le critiche discusse in miriadi di dibattiti, assemblee, cortei, manifestazioni, workshop e chi più ne ha più ne metta?

La questione, e il dilemma che essa contiene, è eterna e riguarda la sempiterna, appunto, lotta tra l’idealità e la possibilità, tra il fare cultura e il fare politica, tra la radicalità e il compromesso. Per deformazione professionale mi è venuto immediatamente da tradurre questo dilemma all’interno del mondo del terzo settore che costituisce, se vogliamo, un tentativo imperfetto di coniugare cose che tra loro sono sempre state tenute separate nella pratica, sebbene da sempre agognate nella discussione e nell’elaborazione teorica di chi non si accontentava delle realtà com’erano ma provava a immaginare come potevano essere – per rielaborare un famoso e abusato detto del buon Robert Kennedy che di questa dicotomia, quasi paradossale, è stato, ahimè, concretamente vittima.

(Metto tra parentesi qui la mia idea:

non bisognerebbe mai smettere di continuare a immaginare possibilità diverse rispetto alle possibilità presenti

e se un difetto vedo ora nel mondo del terzo settore è questo essere terribilmente schiacciato sul fare presente, senza luoghi significativi di produzione di futuri inesistenti, ma anzi con l’ansia di rincorrere modelli accettabili nella logica tradizionale del fare impresa, ma questo ci porterà via qualche prossimo contributo, se ci sarà concesso).

Dicevamo, anzi scrivevamo: mi è venuto in mente il terzo settore. Ho sempre visto questo mondo come il tentativo di coniugare opposti: profitto e responsabilità etica, carisma e partecipazione, bisogno e soddisfazione, legalità ed empatia umana tesa al superamento dei limiti cavillosi che la legge impone, costruzione di un mondo diverso dall’interno, utilizzando cioè gli strumenti a disposizione in questo mondo, e via sognando. Naturalmente, la disillusione è sempre stata dietro l’angolo e spesso si è palesata sotto forma di sgambetto con le relative conseguenze in termini di ginocchia sbucciate e nasi rotti. Resta il fatto che se, in questo momento, fossi davanti alle telecamere della rete via cavo ACN, di fronte al perfido McAvoy, non potrei che dargli ragione: ogni realtà che intende produrre cambiamento ha bisogno di leadership e canali politici di riferimento in grado di tradurre in leggi vincolanti e produttive di effetti le innovazioni che luoghi di pensiero laterale riescono a produrre.

Il terzo settore non può ridursi a diventare una tecnica d’impresa, una forma legislativa più o meno fiscalmente conveniente, un ibrido che gode dei vantaggi di breve periodo e durata, legati alle finalità etiche o al rispetto di standard e performance etichettate come ‘buone’.

Le parole d’ordine devono trasformarsi in domande ineludibili e in proposte di trasformazione sociale.

In questa sfida vedo alcuni obiettivi a portata di mano, se perseguiti intelligentemente:

1) Una normazione dell’attività di lobbying in modo che, alla luce del sole, si possano condizionare le scelte legislative nel senso del rafforzamento delle produzioni che apportano non solo beneficio individuale e privato ma incremento dei beni comuni;

2) L’affiancamento, all’attività produttiva materiale, di luoghi di costruzione e di cultura e di sviluppo d’ingegno slegati dai condizionamenti delle possibilità presenti e, a questo proposito, non posso che pensare a due esempi storici che ho sempre ritenuto precursori delle esigenze, se non ancora delle forme, del mondo del terzo settore, quali l’Olivetti di Adriano o il Giorno di Italo Pietra. Il senso che accomunava queste due esperienze, su cui ognuno potrà approfondire nell’ampia letteratura presente, era l’idea che si potesse creare un piccolo modello alternativo che mostrasse al mondo cosa fosse possibile fare.

Un laboratorio di potenzialità in cui il produrre tecnologia o notizie non fosse scisso dal produrre cultura e cambiamento.

Modelli in cui si dimostrasse, alla luce del sole, come si potesse fare soldi e, allo stesso tempo, valorizzare le professionalità; avvitare componenti o scrivere pezzi e, allo stesso tempo, fare cultura e abituare le persone a standard più elevati di dignità e intelligenza; trattare i propri clienti prima di tutto come persone e cittadini e dare ai propri dipendenti, insieme ai soldi per il pane, l’orgoglio di essere parte di un processo di cambiamento di cui avrebbero beneficiato non solo loro ma la società nel suo complesso.

Insomma, girando tra le imprese non profit, le fondazioni, le associazioni con partita iva, le cooperative, vedendo tutto questo patrimonio di competenze e di idealità che ancora, non sempre, ci sono, mi verrebbe da chiedere e lo farò:

quanta cultura producete per i vostri clienti e quanto benessere a coloro che vostri clienti non sono ma abitano le vostre città e le vostre strade?

Quanto tempo dedicate a rompere le scatole alla politica perché vi metta in condizione di innovare e migliorare la qualità del benessere collettivo? Questa è una buona misura per verificare se la direzione futura che si sta percorrendo è giusta. Per il presente gli strumenti ci sono. Attenti, però, all’anima.

Giovanni Paci

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