Del salmone non si butta via niente. O almeno, non si dovrebbe: in realtà, ogni anno nel mondo se ne pescano miliardi di tonnellate, di cui solo una parte finisce sulle nostre tavole. Il resto diventa olio di pesce, se va bene, o cibo per animali. O ancora, viene ributtato in mare.

foto-salmone-31-632x359

Per fortuna, c’è chi ha avuto un’idea migliore su cosa farne. In Alaska, paradiso del pesce rosa, una startup si è inventata un modo – sostenibile – per ricavare accessori come portafogli, borsette e persino delle t-shirt dagli scarti di salmone e di altri pesci.

L’idea è di due giovani di Juneau, capitale dell’Alaska e dell’industria americana del pesce.

«Nel nostro territorio, proprio di fianco alle nostre case, ogni anno vengono riversate tonnellate di bio-rifiuti” spiega Craig Kasberg. “Ci siamo detti: deve esserci un modo per ricavarne qualcosa».

Così, Kasberg e l’amico Zach Wilkinson hanno lanciato una campagna di crowdfunding su Kickstarter.com: la stratup si chiama Tidal Vision, e realizza accessori in cuoio di salmone lavorato con una tecnica brevettata, che utilizza “esclusivamente prodotti naturali”. Con la chetina ricavata dai gusci di gamberi e di granchio, invece, vengono prodotte delle t-shirt sportive.

Ma il progetto – una volta raccolti i 15mila dollari per l’investimento iniziale – è di convertire gli scarti di pesce riciclati anche ad uso dell’industria automobilistica, delle calzature e dell’arredamento.

Il tutto, spiega Kasberg, non solo “per ridurre gli sprechi legati alla pesca ma anche per creare una filiera virtuosa a sostegno delle piccole pescherie dell’Alaska, che faticano a competere con le multinazionali”.

di Davide Illarietti

Be Sociable, Share!